Una delle cose che ci ha insegnato WhatsApp è quella di poter avviare discussioni utilizzando la tanto famosa funzione di messaggio vocale.

Quello che può sembrare semplicemente una funzione telematica e di comunicazione è in realtà qualcosa che ha al suo interno un risvolto più profondo e sociale.

Mi spiego meglio: Grazie al fatto che le comunicazioni tra due o più persone iscritte nella chat devono essere effettuate in alternanza forzata attraverso i messaggi, vocali e non, le discussioni al suo interno diventano, quindi, per così dire, democratiche.

Quello che a primo avviso può sembrare qualcosa di poco comunicativo diventa al contrario molto più democratico e condiviso poiché a differenza di una normale comunicazione la sovrapposizione delle voci non può venire, anche solo per una questione tecnica, per cui l’alternanza di messaggi vocali offre la possibilità a tutti di esprimere il proprio contributo sia di contenuti che di lunghezza.

È ovvio che l’esempio di WhatsApp è puramente esplicativo poiché la stessa tipologia di ragionamento può essere applicata a qualsiasi chat oggi sul mercato su mercato. (Messenger, Telegram, WeChat, etc..)

Quello che è interessante notare è invece l’adeguamento degli utenti a questo modo di comunicare trovandosi inconsciamente ad utilizzare una funzione, a primo avviso più libertaria, ma che in realtà mette paletti nella comunicazione che però vanno a vantaggio di tutti gli attori coinvolti.

Questi nuovi modi di comunicare e di incontro digitale tra le persone stanno bruscamente sostituendo i vecchi Agorà, di cui naturalmente tutti ne sentiamo un po’ la mancanza, ma stanno allo stesso tempo dando la voce a tutti in maniera equa. Un fatto che porta intrinsecamente ad un allenamento da parte delle nuove generazioni nel condividere al meglio il modo di comunicare al fine di dare a tutti la stessa possibilità di espressione nuovi modi di comunicare e d’incontro delle persone che sostituiscono.