L’attacco informatico perpetrato su Twitter hai danni di profili di persone famose in tutto il mondo non è propriamente un colpo da hacker in senso stretto ma piuttosto una ardita e ben organizzata sequenza di operazioni che sono andate a colpire l’anello più debole di tutti: l’uomo

Quanto successo all’interno del popolare social network diventato nel tempo vero e proprio strumento di diffusione di comunicati stampa da parte di personaggi famosi e politici, mostra quanto i dati siano comunque controllato e supervisionati da un team all’interno dell’azienda. E forse non può essere altrimenti!

A questo punto è logico pensare non solo che il potere della piattaforma (qualsiasi essa sia) sia circoscritto alla possibilità di blocco, ma anche della possibilità di quest’ultima di poter entrare direttamente nella discussione. Muovendo equilibri e suscitando interessi non voluti dal proprietario di quel profilo.

Quanto potere deve essere lasciato e non regolamentato alla piattaforma? Può una persona interna poter agire in qualche modo sul flusso di informazioni inserite in un particolare profilo?

Le piattaforme sono private, la libertà a mio punto di vista è massima, ma questo potere può essere lasciato alla semplice coscienza di chi amministra il social di turno? come avere la sicurezza di quanto viene divulgato sia effettivamente quello di chi è proprietario del profilo?

Il caso Twitter pone quesiti che vanno oltre al semplice attacco di hacking: Qui niente è stato violato in termini informatici e di piattaforma (in senso stretto) perché per arrivare al tesoro sono di è duplicata la chiave della cassaforte ma si è semplicemente corrotto il vigilante. Ovvero l’anello debole, cioè, appunto, l’uomo!