Sony e il progetto Wena non sono il vero e proprio argomento tecnologico che voglio trattare in questo articolo ma sono il punto di partenza per cercare di capire come un produttore possa cambiare le sue mosse per tentare di aggredire un mercato, entrando dalla porta di servizio.

Nello specifico il produttore Sony c’ha abituato a grandi delusioni dopo aver fatto di tutto per affermare il proprio brand in maniera indipendente ottenendo il risultato di non essere mai riuscito a trasformare le proprie intenzioni in vere manie di possesso da parte dei clienti.

Una conferma lo è il fatto che, sempre restando nello specifico consumer, soltanto brand come la PlayStation e le Smart TV Bravia riescono a ottenere ancora oggi il consenso trasversale da parte degli utenti e dei clienti Sony (qualcuno ha detto Walkman? Vaio?)

Questi fiori all’occhiello per la casa Giapponese che sono però solo mosche bianche se allarghiamo il nostro orizzonte e cominciamo a guardare verso altri lidi tecnologici come per esempio il mondo degli smartphone, dei tablet ed appunto degli SmartWatch.

Su questo ultimo fronte Sony è stata attiva da tempo con una propria proposta di device che però, seppur avendo tutte le caratteristiche per esserlo, non sono mai entrati nel cuore e nella passione degli utenti. (Solito insomma)

Gran parte dare colpe per questa disfatta e a mio personale parere da ricercarsi all’interno del marketing forse troppo spezzettato in diverse divisioni aziendali che non trovano un coordinamento efficace per far sì che quello che viene lanciato da Sony sia in effetti qualcosa di univoco, supportato da una direzione aziendale sincronizzata. E invece no!

Costruiamo gli accessori se non abbiamo in mano il business

Parlando orologi intelligenti è naturale pensare in continuità a quanto detto precedentemente per cui la stessa casa Sony si trova alle prese con una continua ricerca tecnologica al fine di soddisfare le malcelate necessità dei clienti; tentando però soluzioni che non sono in continuità con quanto dovrebbe essere prospettato.

Quello che vedete qui sopra può essere considerato come il simbolo di tutto questo discorso ovvero un device potenzialmente spettacolare ma che in realtà prevedo non trovi in alcun modo, spero di sbagliarmi, possibilità di trovare una propria collocazione nel mercato.

Esso non è altro che un cinturino intelligente che può trasformare qualsiasi orologio, anche di altissima gamma, in uno SmartWatch.

Un’idea prima di tutto tecnologica, una cosa geniale, che si trasforma in una realtà commerciale che va però a scontrarsi in un mercato del lusso indossabile molto affollato ed in cui Sony proprio non ci si ritrova.

Un nuovo tentativo di ritagliarsi uno spazio nel mondo tecnologico andando ad approdare in luoghi inesplorati che però mostrano ancora una volta una certa deriva in tentativi più o meno azzeccati.

Una idea originale e bellissima che non solo non sarà ben compresa da chi effettivamente potrebbe trarne vantaggio, ma non sarà neppure esplorata di chi quegli orologi di lusso ne è in possesso. I primi si rivolgeranno ad indossabili che permettono di avere tutte le informazioni promesse dal cinturino ad un prezzo ridicolo, se confrontato. Mentre i secondi non useranno questo strumento per sostituire i preziosi cinturini già in loro possesso. Disastro.

Un caso reale per un ideale fallibile se mal proposta

Ripeto non ho nulla contro il produttore, di cui ho diversi device e sono cliente da tempo. Il caso di Sony che ho preso in esame è solo un simbolo che però ci pone davanti al solito quesito: Mettere il piede in piu scarpe è conveniente?

Non può essere più vincente proporsi con tecnologie ed idee così smart a chi il mercato lo possiede? Perché non andare da Rolex (giusto per fare un esempio) e proporre l’idea? Diventando così fornitori del lusso e non complementari?

Una serie di domande che sottolineano la mia volontà di mostrare come diverse decisioni aziendali e di marketing possano portare a creare prodotti molto buoni ma che in realtà non trovano minimamente sbocco nella realtà di brand e di produttività che va ad associarsi se fatta in autonomia.

Di casi del genere ne abbiamo moltissimi e come sempre, dagli occhi dell’utente, hanno l’unico risultato di portare a screditare ciò che di buono c’è sotto il cofano. Andando ad intaccare non solo le vendite ma soprattutto il brand.